DA OGGI BISOGNA CHE MI FACCIATE VEDERE LE VOSTRE CARTE DI IMBARCO. SI CAMBIA AEREO E DESTINAZIONE.

E allora, come titolava uno degli ultimi blog: che l’ orlo del precipizio diventi il nostro trampolino di lancio.
Ho atteso che la mezzanotte del 6 settembre diventasse il 7.
Ho scelto questa data per salutarvi: il primo giorno delle medie di mio figlio.
Ho deciso che il mio diario “segreto” messo on line per tre anni, per qualche tempo torni ad essere un normale diario che aprirò via mail a tutti quelli che quasi quotidianamente mi fanno sentire la loro presenza, che non risparmiano il loro affetto, così che lo scambio avvenga solo fra chi, da oggi, sarà predisposto a seguirmi in una nuova, delicata, fase di vita….chi me lo ha già detto dietro le quinte, che me lo ha ripetuto in queste settimane.
Perchè vedete…al di là di ogni pensiero positivo, di tutte le frasi fatte, dei tanti miei discorsi che vi saranno pure venuti a noia…qualcosa di grande sta accadendo e quindi…siccome ho capito che non posso permettermi di smettere di scrivere perchè proprio non ci riesco, ho pensato di assicurarmi che la mia anima passi dalle mani di chi desidera sinceramente ascoltare e condividere.
Anche quando parlerò di estetiste cinesi, di balli in discoteca, di usi e costumi…
Per un periodo ho bisogno di sapere esattamente chi siete voi e che organi vi sto regalando.
Vi è mai successo di regalare il cuore a chi non sa che farsene?
Ecco, quando le energie vanno ottimizzate al massimo è bene che non si disperdano pezzi di cuore per la strada.
Rimango la Paola di sempre, generosa, empatica…quella che non ci mette tanto a capire cosa vi passa per la testa…ma ho bisogno di ridurre il numero dei lettori perchè, una volta chiuso il portellone dell’ aereo farò giri immensi. Alcuni dritti dritti nella tempesta, altri fino a sfiorare il cielo.
Ci saranno giorni in cui mi sembrerà di andare a picco ed altri in cui farò acrobazie come disegni fra le nuvole.
Stringerò fra le mani lacrime e panna montata, suonerò Bach e poi Mozart, avrò freddo e poi un gran caldo e ne scriverò…ne scriverò, mi consumerò scrivendo. Vi inonderò delle mie lacrime e poi vi farò ridere alle lacrime.
E quando il tuo aereo decolla da una pista chiamata vita, con l’ ausilio di un motore chiamato cuore, alimentato da un carburante chiamato emozioni…beh, sarebbe più rassicurante sapere i nomi dei passeggeri a bordo. E avere la certezza che partano motivati.
Ma sarete voi a chiedermi il biglietto per l’ aereo più pazzo del mondo se avrete voglia di continuare a leggermi.
Sono sicura che alcuni lettori, nel tempo, abbiano pensato: ma guarda questa…come le viene facile sbandierare al vento le sue emozioni, le sue cose private, mettere in piazza cose delicate, senza pensarci un istante.
SBAGLIATO CARI MIEI!
Anche se si conteranno sulle dita di una mano perchè moltissimi amici hanno dimostrato sempre un rispetto immenso delle mie emozioni…a chi invece ha pensato che la mia fosse superficialità e bisogno di protagonismo dico che si è sbagliato di grosso.
Scrivere è per molti di noi qualcosa di terapeutico, non calcolato, è esubero di vita, è felicità e inferno. Non c’è premeditazione, non c’è calcolo, recite da palcoscenico.
C’è che la scrittura prende il posto del respiro ed il respiro l’ unica cosa che ti esime dallo scrivere nella restante parte della giornata.
C’è che dopo questa esperienza credo di aver capito come mai alcuni diventano scrittori. C’è chi lo fa come forma d’ arte ma ho il sospetto che molti lo facciano perchè non possono fare diversamente.
Capite quello che sto dicendo?
Ed io non ho la più pallida idea di cosa me ne farò della scrittura…del resto oggi sarebbe un pò come chiedermi cosa me ne faccio della vita.
Niente, vivo.

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MILANO, UNA CITTA’ SENZA VITAMINE

Sta mattina ero in una panetteria-bar ed ho visto una signora che, per una pagnotta ed una spremuta, ha pagato uno scontrino di 9 Euro.
Farò innervosire chi nella vita è riuscito subito a buttarsi alle spalle la vecchia moneta, ma si parla di circa 18 mila lire.
La cosa che mi ha fatto indispettire stranamente non è il costo del pane (che comunque è sempre troppo alto per essere un bene di consumo primario) quanto il costo della spremuta.
Come tutti saprete, ordinare una spremuta al bar, anche al banco, è un vero lusso ormai per pochi o per chi ha da smaltire in fretta i buoni pasto aziendali. In effetti, spendere 4/5 euro per un arancio e mezzo (spesso di qualità scadente), risulta un pò fuori luogo e fuori budget, per molti.
A dirvela tutta la cosa personalmente mi indigna.
Se è vero che la scelta dei prezzi è a discrezione dell’ esercente, è anche vero che per alcuni prodotti ci dovrebbe essere un “cartello” dei costi tale per cui un organo sopra le parti dovrebbe garantirne il consumo, anzi, promuovere una campagna per favorirlo.
Ma non solo a parole attraverso i consigli dei medici in Tv. Concretamente, nei fatti.
Una città come Milano che tanto fa nei progetti per stare al passo con i tempi, per pensare un futuro più sano a livello alimentare, per i nostri ragazzi…una città che cerca di inserire menù equilibrati nelle mense scolastiche, dovrebbe imporre un prezzo calmierato per i bar al fine di spingere più clienti possibili al consumo di una spremuta, vitamine, frutta.
Sono convinta che, a parte una piccola percentuale di milanesi, la gran parte delle persone normali, famiglie, ragazzini, pensionati, non chiedano una spremuta a causa dei costi esagerati.
Si potrebbe ribattere dicendo che uno dovrebbe bersela a casa ma il punto è che la cultura del benessere prende piede più facilmente da comportamenti sociali condivisi e da uno stimolo esterno che non parte mai dal singolo, ma dalle scelte di uno stato capace di sostenere un idea.
E’ assurdo che un individuo debba guardare ad una spremuta come ad un lusso e pensare alla birra come alla cosa più facile da bere.
Il grande Montanelli, che rimpiango immensamente per le risposte secche e decise che mi dava quando gli scrivevo nelle lettere al Corriere, probabilmente oggi mi direbbe che esiste il libero arbitrio e che desiderare una spremuta dovrebbe essere un input più prepotente di un costo.
In parte condivido ed in parte no.
Purtroppo la dilagante crisi economica che sta attraversando la nostra epoca ha, statistiche alla mano, portato a ridurre visite mediche specialistiche, prevenzione e molti comportamenti sani che la nostra società in precedenza attuava.
Se per molti vacanze e pellicce sono ormai un’ utopia, la civiltà di uno stato dovrebbe garantire che per tutti, salute, cultura ed alimentazione sana, rimanessero un’ opportunità invariata, anzi, favorita.

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IL FASCINO DEL PUGNO IN UN OCCHIO

Il blog che vado a scrivere è, in qualche maniera, la seconda parte di quello precedente perchè si parla di travestimenti.
Fra i tanti difetti che sarete più bravi voi a sottolineare, vorrei evidenziare almeno una mia peculiarità: l’ autoironia.
Se mi ritengo intollerante alle persone che mi bistrattano senza che la ragione sia assolutamente chiara e quindi motivata, dovrete ammettere che accetto di buon grado qualsiasi presa in giro sul mio stato fisico.
Perciò se da un lato ultimamente mi sono convinta di essere bella (cosa che trascende la realtà), dall’ altro mi lascio prendere in giro da chi voglia “smorzare” questa convinzione astrusa.
Probabilmente, inconsciamente, sento che sia sano e costruttivo che il prossimo intervenga per riportarmi alla verità dei fatti.
Nello specifico ho alcuni amici che amano particolarmente sbriciolare quelle quattro convinzioni che faticosamente mi sono costruita dopo mesi di dieta e di sport.
Mia cugina, quella che l’ equilibrio, quando l’ hanno distribuito alla nascita era a farsi un prosecco…invitata a cena a casa mia, ha iniziato a guardarmi ed ha deciso che i miei occhi andrebbero truccati in una certa maniera. Non avendo io beauty case forniti, ha preso un tappo di sughero e, come si faceva da piccoli, l’ ha abbrustolito sul fornello della cugina. Si è messa a cerchiarmi le palpebre con il risultato di farmi apparire come un panda o ( per chi è figlio degli anni 80) come il famoso Zio Fester della famiglia Addams.
Ammettendo che l’ esito non è stato dei migliori, il mattino dopo si è presentata con una specie di ombretto nero caricandomi lo sguardo come una soubrette, appena scaricata dall’ impresario di Broadway, negli anni 40.
Per quanto l’ effetto fosse sempre stonato, stile occhio nero dopo una cazzottata da Good fellas, nei quartieri di Little Italy…le sue indicazioni avevano un non so che di sensato.
La cugina senza logica alla fine ha sempre una logica. Sostenendo che alla nostra età ci vengono gli occhi da triglia e che le ciglia si impoveriscono e che lo sguardo fa schifo….mi ha invitata a dar profondità al mio sguardo. Mentre mi insultava, pianificavo l’ acquisto dei prodotti che però avrei gestito alla mia maniera, mediando la sua follia.
Sta mattina, come un automa, con la bocca ancora impastata di vacanza, lo sguardo imprigionato fra i tramonti, i piedi bagnati di acqua salmastra, il cuore altrove…mi sono recata in uno di quei negozi very friendly, very young, very cool dove le commesse oscillano fra i 16 ed i 20 anni.
Vi ripeto testualmente la mia richiesta: ” Salve…sto cercando una specie di fard che però è nero…nel senso che..dunque, le dico come è andata…ieri mia cugina mi ha colorato gli occhi di nero però non era una matita..era..piuttosto…una pasta che poi tirava con il dito…faceva un effetto sbavato ma bello eh? ha capito?”
La ragazza mi ha guardata con uno sguardo di pena inequivocabile.
“Signora (detesto quando mi chiamano signora, sa tanto di vecchia scema) forse era un ombretto oppure una matita morbida”.
“ok, prendo entrambi ma non avevate in negozio una truccatrice per insegnare a stendere i trucchi?”
“no no..mi dispiace, prego si accomodi alla cassa”.
Ed eccomi in coda con in mano pericolose armi che non avrei saputo usare se non per intrattenere dei bimbi ad una festa di compleanno.
Arrivata in ufficio, mi sono messa d’ impegno, schiacciando un occhio e pasticciando l’ altro…prova che ti riprova, righe dritte, storte, troppo nero, meno nero..da quest’ occhio ci vedo, all’ altro no…ho trovato un compromesso dignitoso.
Ora mi sento tanto donna sensuale, con gli occhi carichi di trucco…un pò sbiadito dopo una notte di passione oppure dopo un pianto stremato da un addio da romanzo. HO DOVUTO RIDURRE PARECCHIO IL CARICO DI NERO CHE MI AVEVA CONSIGLIATO…ORA VA MEGLIO.
Fate voi.

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SIAMO TUTTI LA CARICATURA DI NOI STESSI.

L’ unica maniera per poter guardare la propria città da fuori, in tutta la sua globalità, è allontanarsene per un mese.
Sta mattina, dopo aver terminato le mie vacanze in un paesino di 10 anime, sperso nel bosco, mi sono ritrovata in un frullatore di auto, gente, smog, palazzi…un centrifugato che ha investito tutti i sensi lasciandomi, in qualche modo, annientata.
Anticipando i pensieri di chi è già a Milano da giorni ed ha dimenticato le ferie, so che questo incipit farà innervosire molti di voi…ma tant’è…
Quindi, quando vieni catapultato dritto dritto nella minestra della società, puoi odiare tutti o starli a guardare.
Ed io più che odiare preferisco stare a guardare (e prendere appunti, ovviamente).
Pensavo che abitare in una città ti spinge in qualche modo a diventare la caricatura di te stesso.
Guardavo la gente e per quanto la moltitudine sembri fatta di persone diverse, alla fine ci ritroviamo tutti a vestire i panni di teatranti, per categorie.
Perchè qui, coscientemente o meno, siamo chiamati a fare una parte.
Sia in ambito lavorativo, adeguandoti a quanto ti è richiesto, sia in ambito sociale, addobbandoti da quello che vorresti che gli altri vedessero in te.
Se vai nelle pizzerie e nei bar che fanno gelati all’ Italiana, ti ritrovi davanti U GUAGGHIONE vestito da Domenico Modugno anni 50 che ti guarda con occhi sornioni e ti chiede: Signò che gusto le faccio?
Poi entri in banca e allo sportello trovi una fila di soldatini, camicia Oxford e cravatta.
Vai in un negozio di Snakers e trovi una fila di ragazzotti, tutti tatuati che ti sbadigliano in faccia.
Al semaforo trovi esseri travestite da femme fatale o da vecchie scorbutiche di 80 anni.
Trovi gente vestita da ladro, marionette travestite da persone per bene…insomma, per quanto ognuno di noi pensi di essere unico ed originale, altro non è che un cioccolatino messo in fila in una scatola ben precisa.
Non so quale sociologo diceva che i vestiti che indossiamo sono molto più pericolosi di quel che pensiamo.
Non solo in senso negativo…possono esserlo anche in chiave positiva ma certamente possono addirittura plasmare il nostro carattere e la percezione che l’ altro ha di noi.
Non esiste in assoluto l’ abito indossato a casaccio, senza che abbia un messaggio non verbale.
Chi sceglie di fregarsene altamente dell’ abito, indossa dei panni ben precisi che manderanno un messaggio specifico.
Impossible sfuggire alla dinamica.
E poi perchè fuggire?
Chiunque viva a contatto con altri non può esimersi dal comunicare qualcosa.
Piuttosto c’è chi sceglie di comunicare con una veste sola e chi come me, è un pò uno schizzofrenico della comunicazione, verbale e non.
Lo schizzofrenico non finge ruoli ma li riveste tutti in maniera convinta, altrimenti si chiamerebbe bugiardo, falso, opportunista.
No no qui si parla di avere il desiderio di fare ed essere tante cose insieme.
Al lavoro mi vesto da sciura ma di sera vorrei essere una punkabestia. All’ alba mi troverete in Darsena travestita da runner convinta e mai, come in quei momenti ho la certezza di essere una sportiva perfetta. al punto da chiedersi: ma come ho fatto nella vita a non fare mai sport con passione? io adoro fare sport. Adoro muovere la macchina del mio corpo, sentire i miei muscoli inguainati in una tuta aderente che taglia l’ aria seguendo le regole dell’ aereodinamica.
Poi però al mattino mi piace travestirmi da mamma, fare quella che patteggia le scelte dei figli dal panettiere, mettendogli la merenda nello zaino.
Ah cavolo, come mi piace fare la mamma…fare la predica, estrarre dalla borsa la bottiglietta d’ acqua se hanno sete, le salviette umidificate..cose così.
Da un pò di tempo ho scoperto il personaggio della donna che si piace e vuol piacere. Mi sembra di non poter più vivere senza tacchi.
Sia chiaro, non è che la parte mi venga sempre bene, ma mi diverte tantissimo e poi non è che la recito sempre per gli altri. Principalmente per me. Di questo vi parlerò nel prossimo blog perchè so che se gli scritti son troppo lunghi, alcuni di voi desistono indecisi se collocare il tempo della lettura fra la seduta al wc del mattino o il tragitto in metro per il lavoro.

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CHE L’ ORLO DEL PRECIPIZIO DIVENTI IL NOSTRO TRAMPOLINO DI LANCIO. STRINGIMI LA MANO.

Eccomi sull’ orlo di un precipizio.
Ci sono io e mio figlio.
Ci teniamo per mano e, sperando che l’ uno non si accorga dell’ altro, guardiamo giù, terrorizzati dal salto nel vuoto che ci aspetta.
Milioni di volte avrei voluto tirar fuori tutta l’ angoscia che mi porto addosso in merito alla crescente consapevolezza di ciò che vuol dire essere dislessici e poi…poi lasciavo stare principalmente perché lui sta diventando grande e si parla della sua privacy ed in secondo luogo perché non ho idea, una volta aperto il vaso della paura, se quel vaso possa mai avere un fondo…una fine.
Ma ora, ora che ci aspetta la sfida più grande, il passaggio dalle elementari alle medie…ora che non potremo più ingannare noi stessi con faccine, timbrini, voti fatti da cuori e pollici all’ ingiù…ora che per la prima volta varchiamo la porta della scuola con la S maiuscola, ritengo che si debba iniziare con il piede giusto.
Ed il piede giusto non è alleggerire la realtà per fingere una serenità che, credetemi, i bimbi dislessici assolutamente non hanno.
Il piede giusto è potersi guardare allo specchio ed ammettere che i nostri figli vivono una sofferenza concreta e tale stato emotivo va accolto, non nascosto sotto al tappeto e tanto meno farcito di “vedrai che tutto andrà bene”.
Le cose certamente andranno bene ma non per averle sottovalutate oggi o per aver ignorato la loro angoscia.
Le cose andranno bene, a mio parere, perché avremo finalmente guardato in faccia la solitudine e l’ immane frustrazione dei nostri figli.
Ecco perché sull’ orlo del precipizio ci sono anch’io. Perché empatizzo con quel che lui vede e non ho nessuna intenzione di bendarmi gli occhi.
Cercherò qualcuno che possa aiutarlo a scuola ma molto sarà dato a me e mi chiedo se un bambino, qualsiasi problema abbia da affrontare, preferirebbe avere una madre che finge che un problema non esista se non nella sua mente…come un fantasma o una madre stanca, a volte angosciata, ma presente nella battaglia, fianco a fianco.
Ecco perché ho deciso di scrivere ciò che sento, oggi.
Perché qui non ci sono fantasmi da occultare. Ci sono persone, io, lui, fragili ma consapevoli davanti alla vita.
Che legga il blog fra qualche anno e senta, fortemente senta, di tutto l’ amore e l’ apprensione, di tutti i pensieri, le idee, le strategie che mi tengono sveglia la notte per progettare lo studio, i compiti.
E se non avrà bisogno di me tanto meglio. Anzi, spero che a breve non abbia più bisogno di me.
Ma il punto è un altro: ascoltando gli adulti che da piccoli non hanno saputo ne potuto dare un nome alla dislessia, la cosa che emerge non è tanto il voto scolastico quanto il senso di solitudine profondo davanti al mondo. Sentirsi diversi, aver l’ intelligenza per capirlo ma vedersi azzittire dall’ ignoranza o dalle paure del prossimo…insegnanti, genitori.

Sta mattina ho seguito alla Tv l’ intervento di un professore davvero in gamba che consigliava l’ autobiografia di un Premio Pulitzer. La sua dislessia vista con gli occhi “di poi”, con la capacità dialettica e matura di riuscire ad analizzarla, non senza un certo dolore.
Philip Schultz, vincitore del Pulitzer nel 2008 e pluripremiato poeta, da bambino non sapeva leggere. Era un pessimo studente, non sempre capiva cosa gli dicessero i suoi insegnanti e, quando parlava, aveva difficoltà a scegliere le parole giuste e a pronunciarle correttamente. Non sapeva neanche leggere l’ora, o distinguere la destra dalla sinistra, e lo mettevano in difficoltà le cose più semplici, come allacciarsi le scarpe. Molti anni sarebbero dovuti passare prima che Schultz scoprisse che tutto questo aveva un nome: fu solo quando a suo figlio fu diagnosticata la dislessia che Schultz apprese di soffrire dello stesso disturbo, e rimase di stucco. A quel tempo, era già uno scrittore di successo ed erano lontani i giorni in cui, espulso dalla scuola per aver picchiato chi lo chiamava stupido, frequentava una classe nella quale i professori gli dicevano di «starsene buono a guardare le figure, facendo finta di leggere» per non fare brutta figura davanti al preside. Da ragazzo, la sera, mentre ascoltava sua madre leggere ad alta voce, cercava di immaginare cosa significasse essere normale. A undici anni, quando un insegnante gli chiese cosa volesse fare nella vita, istintivamente comprese che sarebbe voluto diventare uno scrittore. Non ci aveva mai pensato prima, ma quel pensiero divenne per lui un’ossessione: il professore rise, chiedendogli come avrebbe potuto essere uno scrittore se neanche sapeva leggere e, da quel momento, Schultz utilizzò tutte le sue forze per imparare a leggere e scrivere, capendo che se voleva riuscire avrebbe dovuto farcela da solo. E così fece: quando iniziò il liceo, sapeva leggere e scrivere abbastanza da poter seguire i corsi. Ancora non sapeva che il suo cervello processava informazioni e parole in un modo diverso rispetto agli altri, ma scoprì che seguendo la straordinaria abilità creativa della sua mente riusciva a scrivere brevi racconti e poesie che suscitavano interesse e ammirazione. La sua carriera iniziò così.

Allora…in vista di quel che ci aspetta nei tre anni a seguire…ho pensato che questo blog diventerà non il precipizio ma un trampolino di lancio per volare insieme con un
AEREO: LIBERTA’ DI ESPRIMERSI.
COMPAGNIA AEREA: CONSAPEVOLEZZA.
CAPITANO: MIO FIGLIO.
HOSTESS: SUA MADRE.
BUON VIAGGIO.

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IL BISOGNO DI DIO, UNA ROULOTTE E LA MINESTRA CALDA

Mille riflessioni si affollano nella mente mentre vedo scorrere davanti ai miei occhi le immagini di paesi rasi al suolo dall’ ultimo terremoto.
Oltre ai visi stravolti dalle lacrime, spaventati dall’ ignoto di un futuro che ad oggi appare senza futuro, ascolto le dichiarazioni di politici e uomini di chiesa, in qualche modo simili, nel promettere aiuti divini e concreti.
Alla fine, cercando di mettermi nei panni degli sfollati che dormono per strada, penso che, a telecamere spente, la solitudine diventi un mostro invincibile ed il freddo della notte un nemico crudele.
Ripenso all’ autorevole oncologo Veronesi e alle sue parole, in un’ intervista rilasciata poco tempo fa: “a diciotto anni non volevo andare a combattere, ma finii in una retata e mi ritrovai con indosso un’uniforme che non aveva per me alcun valore e fui ben armato per uccidere altri ragazzi, in tutto e per tutto uguali a me salvo per il fatto che indossavano una divisa diversa.
Oltre alle stragi dei combattimenti, ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi “Dov’era Dio ad Auschwitz?”.
La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare.
Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi?”.
Ed io aggiungo: famiglie intere sotterrate dalle macerie, sorprese nei momenti più sereni di una semplice quotidianità…non è anche questo un segnale forte della solitudine dell’ uomo davanti all’ universo?
Zichichi, in risposta a Veronesi, sosteneva che l’ uomo è fautore delle sue peggiori disgrazie, per come gestisce il pianeta e la propria vita e che l’ universo è di per se, la presenza di un essere superiore a noi.
Mi interrogo su tutte queste cose, mi arrabbio, mi commuovo, cerco conforto e non lo trovo.
Ecco una delle cose che si acutizzano con il passare degli anni: la consapevolezza della finitezza dell’ uomo e il dispiacere per il dolore degli altri, non solo il tuo…quello del bimbo che ha una visione, giustamente, egocentrica del proprio esistere perché privo di esperienze e bisognoso di assicurarsi sopravvivenza attraverso le cure dell’ adulto.
Gli adulti ora siamo noi. I figli crescono e con lo spirito spostiamo l’ attenzione curandoci, simbolicamente, della sofferenza dell’ umanità.
Allora Dio esiste? Me lo chiedo nei momenti in cui vorrei poterci credere, laddove non ci ho mai creduto.
Papa Francesco è capitato nella mia vita con un tempismo perfetto.
Forse tempo fa non mi sarei curata della sua presenza.
Oggi è la figura più vicina ad un ipotetica divinità che io non so vedere.
E’ il ponte fra la piccolezza dell’ uomo e la sua elevazione.
E’ il messia del concreto, l’ uomo illuminato.
Non è tanto la rappresentazione di Dio in terra quanto la rappresentazione di un’ umanità ideale alla quale possiamo ispirarci.
Di lui mi interessa la parola sana e solida, capace di elevarsi a verbo perché eletta a beneficio del popolo.
Nel frattempo gli uomini, indaffarati ad essere meschini, intascano 84 milioni di euro a disposizione della chiesa per opere umanitarie e di restauro e poi piangono davanti ad un campanile raso al suolo dal sisma.
Nel frattempo, ogni famiglia, troverà il proprio Dio in una minestra calda ricevuta da un volontario o nelle mani forti di un vigile del fuoco che tira e tira fino a strappare un corpo dalle macerie.
Ricordo che circa 30 anni fa i miei genitori, commossi dalle immagini di uno dei tanti terremoti, regalarono la nostra roulotte per l’ emergenza degli sfollati.
Ogni tanto ripenso a quella roulotte, alle vacanze spensierate fatte in campeggio…ai pomeriggi sereni nel caldo estivo della Puglia.
E mi piace immaginare che quella roulotte sia diventata una mano di Dio, per una famiglia…come la nostra, inciampata in una disgrazia senza Dio.

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